Tra cibo, acqua e persino aria ingeriamo particelle plastiche ad ogni pasto
Et voilà, la plastica è servita. A dirlo non è uno chef stellato dalle idee un po’ troppo visionarie, ma gli studiosi dell’università Heriot-Watt di Edimburgo: durante una colazione, pranzo o cena della durata di venti minuti circa, ingeriamo più di centodieci microfibre in plastica. E non è tutto. Secondo la World Health Organization, anche le bottiglie d’acqua confezionate celano ben più di qualche microplastica. Ma partiamo dall’inizio.
Dove si nascondono le microfibre?
Il team della Heriot-Watt University ha creato un semplice sistema acchiappa-polvere e lo ha collocato accanto ai piatti da portata in tre case differenti, mentre venivano consumati i pasti più importanti. Sono stati catturati ben quattordici pezzi di plastica, per un equivalente di centoquattordici micro-particelle che erano, evidentemente, presenti nell’aria. «Le microfibre di plastica presenti nella polvere di casa nostra e nell’aria che respiriamo – spiega Julian Kirby di Friends of the Earth – possono provenire da tappeti, divani e poltrone, come dai vestiti, giacche in pile e anche dai pneumatici delle auto». Senza contare quelle presenti al’interno alimenti. Basti pensare al rapporto pubblicato dal Norwegian Institute for Water Research, reso noto al mondo da Forbes: il 76% dei mitili rinvenuti sulle coste norvegesi era impregnato di plastica e ogni singolo mollusco, in media, conteneva 1,8 frammenti di plastica dalle dimensioni inferiori a 5 millimetri. I numeri parlano dunque chiaro, rivelando che un semplice piatto di cozze potrebbe non essere così salutare per il nostro organismo.

Se l’inquinamento e il beach littering rappresentano la piaga principale del mare, nemmeno le acqua in bottiglia sono poi così immuni alle microfibre in plastica. Studi della WHO confermano che circa il 90% delle acque imbottigliate presenti sul mercato contengono tracce di questo materiale: su 259 bottiglie testate in nove paesi del mondo (Brasile, Cina, India, Indonesia, Kenya, Libano, Messico, Tailandia e USA) solo 17 erano plastic-free. L’etichetta più “inquinata” è risultata quella di Nestlè Pure Life mentre l’italiana San Pellegrino contiene mediamente dalle 0 alle 74 microplastiche. La colpa è del packaging che, nel settore alimentare, stenta ad adottare soluzioni ecologiche su vasta scala. Fanno eccezioni alcune start-up in grado di produrre soluzioni alternative, per proteggere il cibo di tutti i giorni dalle particelle di polietilene, polipropilene e polietilene tereftalato.